Secondo la normativa europea sull’immigrazione e l’asilo, gli stati membri devono impegnarsi a contrastare l’immigrazione clandestina assicurando il ritorno nel paese di origine degli stranieri in posizione irregolare. Nei casi in cui non sia possibile concordare un rimpatrio volontario, gli stati membri, come extrema ratio, sono autorizzati a procedere con i rimpatri coatti.

Per fare questo l’Italia ha creato i Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE): strutture istituite nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano per trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione nel caso in cui questa non sia immediatamente eseguibile.n I CIE sono altresì utilizzati per procedere all’identificazione degli immigrati privi di documenti d’identità.

La gran parte degli italiani ignora l’esistenza di questi luoghi mentre i pochi che ne hanno sentito parlare pensano si tratti di carceri per stranieri che hanno commesso reati. In realtà gli stranieri bloccati in queste strutture provengono dalle più svariate situazioni. Molti di loro non hanno mai avuto problemi con la legge,sono residenti in Italia da diversi anni, sono ben integrati ed hanno qui amici e famiglie. Molti non hanno più alcun legame con i paesi d’origine e in caso di rimpatrio forzato non saprebbero a chi appoggiarsi.

Limbo racconta questa complessità attraverso il racconto di quattro uomini bloccati nei CIE di Torino, Trapani e Roma e delle loro famiglie che attendono sospese (in un limbo, appunto) di sapere se i propri cari torneranno a casa o saranno mandati via dall’Italia.

Limbo racconta la storia di Peter e Cynthia e il loro piccolo Godstime. Hanno meno di trent’anni, sono entrambi Nigeriani e dopo grandi difficoltà, dopo aver attraversato il deserto e il mare, e vissuto periodi di grande incertezza economica, si sono incontrati, innamorati e sposati a Torino. A fatica sono riusciti a ricostruirsi una vita, è nato Godstime e mentre Cynthia lavora Peter si occupa del bimbo.

Una bella famiglia, normale, come tante altre ma con una particolarità: il papà non è ancora iuscito ad ottenere un regolare permesso di soggiorno. Così, un giorno, dopo un controllo della polizia, Peter viene portato nel CIE di Torino e la quotidianità del nucleo familiare viene completamente stravolta. Oggi vivono nel terrore che Peter possa essere rimpatriato in Nigeria da un giorno all’altro e Cynthia si ritrovi improvvisamente da sola a provvedere a se stessa e al bambino. Come spiegare al piccolo che il papà non c’è più? Chi si occuperà di Godstime mentre lei deve lavorare? Cosa potrà fare per aiutare Peter a non essere mandato via? A chi chiedere supporto?

Con le stesse domande deve fare i conti Alejandro, bloccato nel CIE di Trapani a 1270 km da casa. Arrivato in Italia dal Salvador nel 1998, a Varese ha tutta la famiglia: la moglie, quattro figli, il padre e la madre. Per diversi anni ha lavorato con regolare permesso di soggiorno, poi tre anni fa, con la crisi, ha perso il lavoro e in poco tempo non ha più potuto rinnovare i documenti. Sua madre e sua moglie continuano a lavorare regolarmente mentre lui si prende cura del padre malato e dei bambini. Terrorizzato dall’idea che lo possano rimandare in Salvador, dove non ha più nessuno, ha vive nella paura di perdere per sempre i suoi bambini e teme che nessun altro potrà occuparsi di suo padre.

Sempre nel CIE di Trapani, Bouchaib, marocchino residente a Firenze, si chiede come sta la sua ragazza, Susanna. Susanna è toscana, ha conosciuto Bouchaib tramite alcuni amici comuni e ha subito lasciato tutto per andare a vivere con lui, prima in precarie condizioni abitative, poi a casa della mamma di Susanna che li ha accolti. Aspettano una bimba e sono felici dell’attesa. Dopo anni difficili, segnati anche dal carcere e dalla permanenza in altri CIE, Bouchaib era finalmente riuscito a costruirsi una vita normale, insieme alla “su donna” – come dice lui con un buffo accento fiorentino – e stava cercando di trovare un lavoro più stabile quando, la sera di Halloween, l’hanno portato via.

A Milano, Federica, una giovane ragazza madre, cerca di fare tutto il possibile per far uscire dal CIE di Roma il suo compagno, Karim, che da sempre è anche l’unico papà conosciuto dalla piccola Aurora. Karim, originario dell’Egitto, è arrivato in Italia con i genitori quando era ancora un bambino, qui ha passato tutta l’infanzia, ha frequentato le scuole ed è cresciuto insieme ai ragazzi del suo quartiere con cui oggi scrive e canta rap italiano con una forte cadenza milanese. Anche lui in Egitto non ha niente e nessuno, non torna da anni e non saprebbe dove andare, ma il rischio di essere espulso è molto alto.

Limbo è una storia di attese, rabbia e paura. Una storia di affetti in bilico tra famiglie e culture diverse. Una storia in cui i figli sembrano solo poter subire i destini di sofferenza e assenza dei padri e le donne subire il peso di una legge ingiusta e senza cuore.

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